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Sassari, 17 Giugno 2014.

E ci hanno fatti crescere
cancellando i vent’anni prima di averli
avremmo potuto cambiare il mondo
dimenticarci della notte sotto le stelle
della luna bella da guardare
della mattina che arriva di corsa
da dietro la collina dove sorge il sole
e invece ci siamo seduti sulla riva
ad ascoltare il silenzio del mare
guardando malinconici l’orizzonte.

E avremmo dovuto cambiare il mondo.

Da quando ho ripreso a correre faccio ogni…

Da quando ho ripreso a correre faccio ogni giorno un po’ di strada in più, oppure abbasso di qualche secondo il tempo sul giro, e ad ogni miglioramento il morale, ovviamente, sale. Oggi, al terzo o al quarto giro, mi si è affiancato un signore che non conosco di forse cinquant’anni, brizzolato, con la tuta nera simile alla mia e delle scarpe Asics bianche con il simbolo blu. Senza dire una parola, abbiamo corso insieme per poco più di due giri, circa quattro chilometri. Sulla salita andavamo pari pari, mentre sul piano e sulla discesa avrei potuto staccarlo di qualche metro, ma ogni volta che mi veniva in mente di poter essere più veloce di lui rallentavo un po’ il passo e ci rimettevamo uno accanto all’altro. Ciascuno seguiva il passo dell’altro, e respiravamo all’unisono. Non ci siamo mai guardati in faccia, fino a che lui si è staccato, superandomi e andando verso l’uscita del percorso. Mentre si allontanava ho alzato lo sguardo, lui ha sollevato il braccio e ha fatto il segno dell’OK col pollice, si è girato e ci siamo scambiati un sorriso. Ciascuno poi ha proseguito la sua piccola grande corsa. È una cosa che secondo me vale più dei 15 secondi in meno per km a cui aspiravo. Fa sentire, secondo me, in pace col mondo, o almeno con quella parte di mondo in cui ciascuno di noi vive.

 

 

 

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Per un tratto del percorso che porta a san Marco cammino di fianco ad una ragazza giapponese. So che è lo è perche tiene nella mano sinistra un piccolo vocabolario giapponese-italiano. La destra è impegnata a reggere una Leica con la custodia di pelle beige ed un obiettivo 35mm. Ha un’aria di una donna che conosco. Camminiamo di fianco per quasi mezz’ora. Di tanto in tanto lei guarda verso di me, ed io verso di lei. Ha degli occhiali da sole neri che non le mettono mai in mostra gli occhi. Le dita sono sottilissime, eppure la presa è sicura, senza che stringa sul vocabolario o sulla Leica. Ogni istante che passa mi sembra di conoscerla di più, o di averla già incontrata in passato. Cerco di scavare nei ricordi, e nel frattempo arriviamo alla piazza. Mi giro un secondo per guardare intorno. Nel mare di persone che affollano san Marco la perdo. Dieci minuti dopo è dietro un Casanova, proprio mentre io sto scattando. Faccio una foto anche a lei. È Aomame. Ne sono sicuro. Ma Tengo non c’è. Forse non si sono ancora incontrati, e stanno scappando entrambi dai Little People. O forse… No, non credo sia possibile. Per un attimo però, me ne convinco e la chiamo: Aomame?

 

Aomame?