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  • p@sco 12:45 il 2 October 2013 Permalink | Rispondi  

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    Sassari, 2 Ottobre 2013

    La poesia non è una rima falsa
    che lasci andare su un foglio a righe
    alla prima pioggia di ottobre.
    Non ha uno scopo da perseguire
    né si cura dei sentimenti
    o degli incubi che ti inseguono la notte.
    Quando scava nello stomaco
    non chiede il permesso di farlo
    e non copre le buche che lascia.
    Non è abituata a guardare indietro.
    La poesia non √® un’amica lontana
    a cui scrivi per parlare dell’amore
    per una donna che vedi troppo poco
    o dell’autunno che spinge sul vetro
    col maestrale che solleva le foglie e la polvere.
    Non si cura di te e dei tuoi guai,
    non gioisce dei tuoi sorrisi.
    Se qualche volta ti parla
    e tu non riesci a rispondere
    ti resta soltanto il suo saluto
    e poche parole che non sai dire.

     
  • p@sco 18:40 il 16 February 2013 Permalink | Rispondi  

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    Ci capitammo accanto per caso, sul volo della Fly Emirates che da Los Angeles porta a New York. Era un giorno piovoso di met√† febbraio, io dovevo tornare a Manhattan per sistemare le ultime faccende del trasloco, lui invece tornava per tentare di sistemare la sua vita, o quello che ne restava. Aveva un maglione giallo con una greca a zigzag nera sulla vita, i capelli biondissimi con un remolino proprio in prossimit√† della fronte e si guardava intorno con l’aria di chi cerca il suo posto nel mondo.
    "Io conosco questo ragazzo", pensai mentre mi si sedeva accanto e apriva il tavolino ribaltabile del sedile davanti al suo.
    "Buon pomeriggio" – mi disse, continuando a poggiare i suoi effetti personali sul tavolino. "Buon pomeriggio", risposi io.
    Tra le cose poggiate sul tavolino, mi colp√¨ molto il portachiavi di metallo a forma di osso a cui erano legate soltanto due vecchie chiavi da portoncino blindato, e null’altro. C’era qualcosa stampigliato sopra, ma non riuscii a leggere le scritte, l√¨ per l√¨.
    "Va spesso a New York?" – mi chiese, senza girarsi verso di me e continuando a guardare il tavolino blu di plastica dura.
    "Fino a qualche settimana fa ci vivevo, sto tornando per sistemare le ultime cose del trasloco, dal prossimo mese inizierò a lavorare qui a Los Angeles. Pietro Paschino, piacere."
    "Lavora a Los Angeles? Che lavoro fa?"
    Aspettai per qualche secondo che si presentasse, ma non successe. Ero un po’ seccato per la cosa, ma risposi ugualmente nel modo pi√Ļ gentile che potessi.
    "Sono un veterinario, lavorerò alla L.A. West Vet Clinic, e lei?"
    "Io? Che lavoro faccio io? O perchè sto andando a New York?"
    "L’una e l’altra cosa, se vuole"
    "Vado per ritrovarla, lei lavora lì, e io devo trovarla."
    Seguirono alcuni istanti di silenzio, poi si girò verso di me. I suoi occhi sembrava scavassero con violenza dentro i miei, e mi sentii a disagio. "Lei?" Рchiesi.
    "Fa la giornalista, lavora per la CBS, intervista i politici e quelle cose lì."
    Cercai di mettere a fuoco i pochi volti della tv di cui ricordavo qualcosa, ma non mi venne in mente nessuna giornalista che potesse avere all’incirca l’et√† del giovane che mi trovavo di fianco.
    "Capisco – dissi – e come mai la deve trovare?"
    "Come mai? Beh, devo dirglielo, non gliel’ho mai detto e devo dirglielo."
    "Mi scusi, deve dirle cosa? Che è innamorato di lei?"
    "Certo, cos’altro? Uno non fa duemilaottocento miglia per dire che ha dimenticato di comprare il latte, no?"
    "Beh, effettivamente no, penso di no."
    "E’ da quattordici anni che me lo porto dietro, e ora √® arrivato il momento di dirglielo."
    "Quattordici anni. E’ un tempo molto lungo, come mai non glielo ha detto prima?"
    "Si, sono tanti anni. Avevo otto anni e mezzo quando la vidi l’ultima volta. Le ero stato dietro per tutti gli anni precedenti della scuola, ma lei non si era mai accorta di me. In realt√†, io non mi ero mai nemmeno avvicinato a dirle mezza parola, per la vergogna. Ma ora ho deciso, devo andare e dirglielo, non mi importa cosa succeder√†, deve saperlo."
    Il suo sguardo aveva perso quella forza penetrante che aveva avuto solo pochi minuti prima, e si era trasformato nello sguardo di un bambino di terza elementare che non ha la forza di dichiararsi ad una coetanea.
    Senza che gli facessi altre domande, cominciò a raccontarmi della sua vita, o, meglio, mi raccontò di quanto per la sua vita fosse importante la donna che stava andando a cercare a New York. Una vita piuttosto comune, per le altre cose, se non fosse stato per questa donna.
    Dopo un’infanzia tormentata dall’insicurezza e dalla timidezza, era arrivata l’adolescenza e i primi tentativi di corteggiamento con una compagna di corso del college, e poi un’altra, e un’altra ancora. Ogni volta, aveva la sensazione che non fossero all’altezza, o che non fossero la persona che stava cercando. C’era sempre qualcosa che non riusciva a fargli mettere in quelle relazioni tutto se stesso, e per un motivo o per l’altro, quasi sempre per causa sua e delle sue insicurezze, le cose andavano male.
    Fu quando si accorse di quale fosse il problema, o meglio, la causa della sua insicurezza, che decise che sarebbe dovuto andare a New York.
    In quel periodo faceva l’amore con una ragazza di vent’anni conosciuta ad una festa nel giorno del ringraziamento, e un giorno che erano insieme, dopo aver cenato in un piccolo ristorante a Westwood, per caso incroci√≤ lo sguardo con la televisione, accesa sul canale CBS. Una giovane donna con i capelli rossi intervistava il senatore Jerry Brown. Aveva uno sguardo fiero e sicuro, e tempestava di domande il governatore.
    La riconobbe subito. Per anni, alle scuole elementari, l’aveva guardata passare, seduto su una panchina del parco durante la pausa pranzo, o arrivare all’ora di ingresso, o giocare col suo cane che ogni tanto lo seguiva fino a scuola, ma non le aveva mai rivolto la parola. Ora era l√¨, alla tv, e faceva la giornalista. Se avesse seguito dall’inizio il telegiornale forse avrebbe anche potuto vedere il suo nome. Sarebbe stato sicuro al cento per cento cos√¨, ma anche senza quella conferma, sapeva che era la stessa ragazzina dai capelli rossi che, in cuor suo, amava fin da quando era bambino.
    Nelle settimane successive non riusc√¨ a pensare ad altro che lei, e ben presto la relazione con la ragazza di vent’anni fin√¨. Guardava ogni giorno la televisione per cercare di vederla il pi√Ļ possibile, finch√® un giorno prese coraggio e fece i biglietti, ed ecco che ora si trovava accanto a me, su quel volo per New York, per cercare di mettere finalmente ordine alla sua vita.
    "E’ molto rischioso, e se lei non si ricordasse?"
    "Non mi importa se si ricorda di me o no, o se corrisponda o meno. Devo andare e dirglielo, e devo farlo di persona. Avrei potuto mandarle una lettera, o trovare il suo numero di telefono e chiamarla. Ma devo fare questa cosa per vincere questa paura che mi accompagna da tutta la vita."
    "La capisco. Tempo fa, quando ero anche io un bambino delle scuole elementari, ero innamorato di una bambina della mia classe, figlia della maestra, che si chiamava Tiziana. Non glielo dissi mai, mi vergognavo a morte, e poi ero sicuro che lei non ricambiasse. Dopo la terza elementare part√¨ per un’altra citt√†, i genitori si dovevano trasferire per lavoro e ovviamente lei li segu√¨. Molti anni dopo la reincontrai per caso, e ci riconoscemmo subito. Il discorso fin√¨ immancabilmente a quegli anni, ai vecchi compagni con cui ancora si avevano contatti, a come erano andate le nostre vite. Le confessai che da bambino ero follemente innamorato di lei, ma che mi vergognavo troppo per dirglielo. Rise di gusto, e mi disse che anche lei, come me, si vergognava molto. Per timore di fare brutte figure, nessuno dei due lo aveva mai detto all’altro. Erano passati tanti anni e le nostre vite non erano andate come la sua, ma il suo racconto mi ha fatto tornare in mente questa storia. La trovi e glielo dica, le auguro davvero che le cose vadano per il meglio."
    L’aereo atterr√≤ sobbalzando sulla pista per il forte vento, e per qualche secondo ci fu un grande silenzio.
    "La ringrazio, – mi disse – speriamo bene. E’ stato molto gentile ad ascoltarmi."
    "Si figuri, √® stato un piacere. Se vuole, questo √® il mio biglietto da visita, c’√® il mio numero e l’indirizzo, sarei davvero curioso di sapere com’√® andata."
    Mi strinse la mano e si avvi√≤ verso l’uscita sud dell’aeorporto.
    "Non mi ha detto come si chiama!" – gli urlai.
    "Come mi chiamo? Lo sai bene come mi chiamo, Pietro!" e fece un sorriso luminoso, poi si voltò e continuò a camminare.
    Mi guardai i piedi e sorrisi anche io. Sentii la mia voce dire: "Charlie Brown."

     
  • p@sco 21:33 il 22 December 2012 Permalink | Rispondi  

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    La crisi economica non è il crollo delle banche, lo spread a 450 o la benzina a 1,980.
    La crisi economica √® un uomo sulla quarantina con la faccia da buono, che alla cassa del supermercato si accorge di non arrivare alla cifra totale, e chiede alla cassiera di togliere qualcosa, ma non il gioco per suo figlio, perch√©, e lo dice con gli occhi bassi per la vergogna, “√® l’unico che ricever√†, quest’anno”.
    La crisi economica √® una cassiera con gli occhiali che ha qualche anno pi√Ļ di me, che guarda l’uomo e gli dice “se non si offende il giochino a suo figlio lo regalo io”, e che forse si pente dell’offerta quando la vergogna dell’uomo si trasforma in pianto.
    La crisi economica è un uomo di trentun anni con la barba lunga che guarda la scena e si accorge, ancora una volta, di avere una vita molto fortunata.

     
    • Alessandro 12:38 il 15 gennaio 2013 Permalink

      Ciao Pietro, seguo di tanto in tanto il tuo sito dai tempi di Symbian.
      Mi sono permesso di tradurre in inglese e riadattare un po’ questo tuo ultimo post, e di pubblicarlo sul mio blog con i dovuti ringraziamenti.
      Mi reputo molto fortunato in questa situazione e credo meriti di essere condiviso.

      un saluto
      Alessandro

  • p@sco 11:41 il 4 October 2012 Permalink | Rispondi  

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    Continuava a guardare l’orecchio destro della ragazza, incantato. I capelli lasciavano visibile una parte, tra il collo e la spalla, dove la giacchina rossa non poteva coprire la pelle, bianca come la luna. Erano stati tagliati da poco. Si intuiva dalla regolarit√† della linea che descrivevano, netta e obliqua verso la nuca, anch’essa scoperta. Non riusciva a capire quanti anni potesse avere. Forse ventitr√®, o ventidue. Si sarebbe proteso verso il suo braccio, e sfiorandolo le avrebbe chiesto “come ti chiami?” se solo avesse avuto un po’ di coraggio in pi√Ļ, ma sapeva, in cuor suo, di non esserne capace. Eppure, sentiva che era LEI.
    D’improvviso, gli venne in mente di quella bambina che frequentava con lui gli scouts. Nemmeno a lei era mai riuscito ad avvicinarsi, e non le aveva mai detto una sola parola. Dopo alcune settimane, era sparita. Suo padre e sua madre, che erano insegnanti, si erano trasferiti per lavoro, portandola via da lui, forse per sempre. Si chiamava Valentina, per quanto ricordasse, ed era una bambina silenziosa e timida come era stato lui. Aveva i capelli nerissimi e lunghi fino ai fianchi, e a volte li legava in una treccia che iniziava all’altezza del collo, e spesso un gran numero di capelli si ribellava a quella costrizione, e si liberava degli elastici svolazzando qua e l√†, come sfidando la forza di gravit√† terrestre ad ogni suo movimento.
    Il treno rallent√≤, era la sua fermata. Si spost√≤ verso l’uscit√† e la guard√≤ un’altra volta. Stava per sparire anche lei, come tempo prima aveva fatto Valentina, e chiss√† se l’avrebbe mai rivista. Si ferm√≤ sulla linea gialla che segna il confine tra la zona di apertura delle porte e la zona di sosta, e decise di non scendere. Era una cosa che, nella sua mente ordinata, non aveva assolutamente senso. Avrebbe tardato per il lavoro, e non sarebbe riuscito a passare da Poundland per la spesa. “Pazienza”, si disse. Rest√≤ a guardarla dalla linea gialla, e forse sperava che si girasse, e che lo notasse anche lei. Il treno si ferm√≤ nuovamente, ma lei non si mosse. Passarono Baker Street, Regent’s Park, Oxford. Poco prima dell’arrivo a Piccadilly, lei sollev√≤ la borsa dal sedile di fianco e si alz√≤. And√≤ verso la porta all’inizio del vagone, e con le dita che somigliavano a porcellana cinese, strinse una delle maniglie di appoggio.
    Ebbe un sussulto. Se l’avesse lasciata andar via proprio ora, restare su quel treno sarebbe stata una cosa insensata, anche se in effetti era cos√¨ che l’aveva gi√† definita poco prima, quando aveva fermato i piedi sull’adesivo giallo. Doveva scendere con lei.
    Il mondo, fuori dal treno, non avrebbe di certo subito modifiche se l’avesse fatto, per cui non c’era da temere granch√©.
    E’ come fare il primo bagno della stagione – pens√≤ -, hai una gran voglia di tuffarti ma temi che l’acqua sia troppo fredda, e non riesci a convincerti.
    La voce registrata scand√¨ “Piccadilly”, il treno si ferm√≤ e le porte si aprirono.
    Lei scese dal treno senza fretta, e si ferm√≤ dopo pochi passi. Apr√¨ la borsa nera e ci scav√≤ dentro, fino a tirar fuori una sciarpa di lana viola a maglie larghe. La tracolla della borsa, una sottile striscia di pelle, anch’essa viola, indossata di traverso, le segnava il seno sulla maglia nera, e ne lasciava intravedere, nel profilo, la forma perfetta. Ancora una volta, guard√≤ il suo orecchio destro, la curva del trago, l’orecchino a pendolo in stile indiano. Era LEI.
    Dall’altoparlante del treno si sentirono i suoni di avviso di chiusura delle porte. Ancora un secondo e non avrebbe pi√Ļ potuto parlarle, se mai, una volta sceso, avesse trovato il coraggio di andarle incontro.
    Si tuff√≤ giusto in tempo. Le porte si chiusero alle sue spalle talmente vicino al suo corpo che sent√¨ una specie di pizzico sul piede sinistro. Si gir√≤ e guard√≤ il treno che sfrecciava gi√† verso Charing Cross. Lo aveva fatto. Per alcuni secondi, stette a pensare se fosse realmente lui la persona che, alle 10.26 di quel mercoled√¨ mattina, aveva inseguito per diverse fermate una sconosciuta nella linea Bakerloo della metropolitana di Londra, andando incontro ad un ritardo a lavoro e all’impossibilit√† quasi certa di fare la spesa, con l’intenzione di dirle “So che tu sei la mia prima scelta”.
    La guard√≤ sistemarsi la sciarpa intorno al collo. Ogni suo movimento lo scuoteva come un albero di Hide Park sotto il vento che soffia dall’Atlantico, o come un mercantile che attraversa l’oceano verso le Indie, e si trova nel mezzo di una tempesta. Ecco, quella forse era un’immagine che avrebbe potuto rendere bene l’idea dei sussulti che il suo cuore stava subendo.
    Non poteva certo restare fermo sul bordo della banchina a guardarla, senza fare alcun movimento. Fece un passo verso di lei, proprio nel momento in cui anche lei inizi√≤ a camminare verso l’uscita. In quel momento, la stazione era colma di persone che si cercavano di far strada. Per qualche interminabile secondo la perse di vista, poi la ritrov√≤, che saliva le scale. Le and√≤ dietro accelerando il passo e facendosi spazio nella calca che si era creata, cercando di mantenere il contatto visivo con la giacchina rossa. Attravers√≤ la strada incamminandosi verso Glasshouse Street, senza prestare attenzione alle immense insegne pubblicitarie posizionate sulla facciata del palazzo sopra di lei.
    Lui, ogni volta che passava in quella parte della città, non riusciva a fare a meno di fermarsi per qualche secondo a guardarle, come se fossero animali venuti fuori da chissà quale racconto fantasy. Questa volta però, proseguì dritto dietro di lei.
    Si ferm√≤ appena dopo pochi metri per guardare l’orologio, ed entr√≤ nel Donuts & Baguettes all’angolo con Sherwood Street. La segu√¨ anche lui. Pens√≤ che ormai non poteva tirarsi indietro, s’era tuffato in questa storia volontariamente e non c’era altro modo che continuare a fare ci√≤ che l’istinto gli aveva suggerito.
    Lei era ferma in fila al bancone, in attesa del suo turno. Non aveva intenzione di mangiare, ma non poteva certo restare lì dentro senza prendere nulla. Valutò che aspettare in fila per essere servito poteva costargli la possibilità di continuare a seguirla, e decise di prendere qualcosa da bere dal distributore automatico.
    Frug√≤ le tasche per cercare qualche moneta, e prese un paio di pezzi da 50p. La Cocacola arriv√≤ sul fondo del distributore facendo un rumore sordo. Raccolse lentamente la lattina e controll√≤ l’orologio. Le 10.41. Forse – pens√≤ – dovrei chiamare per dire che ho perso la coincidenza e arriver√≤ tardi.
    Gli pass√≤ accanto mentre era sovrappensiero, e si accorse che era uscita soltanto per il riflesso della giacchina rossa sul vetro della porta d’ingresso.
    Preso dal panico, usc√¨ di corsa, cercandola con lo sguardo. La intravide girare su Denman Street, non poteva che essere lei. Senza dare nell’occhio, cerc√≤ di accelerare il passo per raggiungerla, scansando come poteva i passanti che, a differenza sua, camminavano tranquilli sul marciapiede asfaltato. Una giovane donna che spingeva un passeggino gli fece un rimprovero, chiedendogli di prestare pi√Ļ attenzione, ma non stette quasi ad ascoltarla. Chiese scusa, e ripart√¨ verso di lei.
    Quando gir√≤ l’angolo ed entr√≤ in Denman Street per√≤, lei era gi√† sparita.
    La cerc√≤ con lo sguardo per oltre un minuto, ma di lei non c’era nessuna traccia. Denman Street √® una strada piuttosto stretta, lunga all’incirca centodieci metri. Se fosse stata ancora l√¨, l’avrebbe vista di sicuro. Invece, di lei non c’era traccia. Forse abitava in uno dei palazzi in stile Vittoriano che si ergevano sulla strada, o forse si era accorta che qualcuno la seguiva e aveva accelerato il passo verso Shaftesbury Ave. Tutto era possibile. Era perduta, ormai. Come la bambina degli scouts.
    Gli venne in mente che Baden Powell, il fondatore del movimento dello scoutismo, era Londinese. Magari, in giovent√Ļ, era passato per quelle stesse vie che ogni giorno anche lui percorreva. Su di lui, si erano scritte molte cose, non tutte edificanti, ma, per lui, restava semplicemente il fondatore del movimento Scout, e gli bastava per mantenerlo tra le persone di cui aveva la pi√Ļ grande stima.
    All’improvviso, si sent√¨ un rumore di metallo che cade e rotola per terra, accompagnato da quello di un oggetto di vetro che si rompe. Era un tavolino della veranda esterna di un ristorante italiano che si trovava proprio all’inizio di Denman Street, Il Cucciolo. Un piccolo ristorante a gestione familiare presente l√¨ da alcune generazioni, che viveva grazie ai prezzi modici e alla buona qualit√† dei pasti preparati. Attravers√≤ la strada e si chin√≤ per sollevare il tavolo di alluminio che un cane scappato al proprietario aveva fatto rovesciare. Pochi secondi dopo, anche il proprietario del cane arriv√≤, e si mise a raccogliere le posate cadute. Si sent√¨ il campanello della porta d’ingresso suonare, e usc√¨ dal locale una giovane indaffarata nel sistemarsi il grembiule, coi capelli che le avevano coperto il viso e contro i quali mandava degli sbuffi facendo con la bocca una smorfia simile all’espressione di Popeye nei fumetti, mentre fuma la pipa.
    Raccolse alcuni cocci dei bicchieri di vetro rotti, e rispose con gentilezza alle scuse sentite del proprietario del cane. Ad un tratto, si fermò stupita per il giovane che aveva raccolto il tavolino e non smetteva di fissarla.
    Era lei.

     
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