Peanuts.

Ci capitammo accanto per caso, sul volo della Fly Emirates che da Los Angeles porta a New York. Era un giorno piovoso di metà febbraio, io dovevo tornare a Manhattan per sistemare le ultime faccende del trasloco, lui invece tornava per tentare di sistemare la sua vita, o quello che ne restava. Aveva un maglione giallo con una greca a zigzag nera sulla vita, i capelli biondissimi con un remolino proprio in prossimità della fronte e si guardava intorno con l’aria di chi cerca il suo posto nel mondo.
“Io conosco questo ragazzo”, pensai mentre mi si sedeva accanto e apriva il tavolino ribaltabile del sedile davanti al suo.
“Buon pomeriggio” – mi disse, continuando a poggiare i suoi effetti personali sul tavolino. “Buon pomeriggio”, risposi io.
Tra le cose poggiate sul tavolino, mi colpì molto il portachiavi di metallo a forma di osso a cui erano legate soltanto due vecchie chiavi da portoncino blindato, e null’altro. C’era qualcosa stampigliato sopra, ma non riuscii a leggere le scritte, lì per lì.
“Va spesso a New York?” – mi chiese, senza girarsi verso di me e continuando a guardare il tavolino blu di plastica dura.
“Fino a qualche settimana fa ci vivevo, sto tornando per sistemare le ultime cose del trasloco, dal prossimo mese inizierò a lavorare qui a Los Angeles. Pietro Paschino, piacere.”
“Lavora a Los Angeles? Che lavoro fa?”
Aspettai per qualche secondo che si presentasse, ma non successe. Ero un po’ seccato per la cosa, ma risposi ugualmente nel modo più gentile che potessi.
“Sono un veterinario, lavorerò alla L.A. West Vet Clinic, e lei?”
“Io? Che lavoro faccio io? O perchè sto andando a New York?”
“L’una e l’altra cosa, se vuole”
“Vado per ritrovarla, lei lavora lì, e io devo trovarla.”
Seguirono alcuni istanti di silenzio, poi si girò verso di me. I suoi occhi sembrava scavassero con violenza dentro i miei, e mi sentii a disagio. “Lei?” – chiesi.
“Fa la giornalista, lavora per la CBS, intervista i politici e quelle cose lì.”
Cercai di mettere a fuoco i pochi volti della tv di cui ricordavo qualcosa, ma non mi venne in mente nessuna giornalista che potesse avere all’incirca l’età del giovane che mi trovavo di fianco.
“Capisco – dissi – e come mai la deve trovare?”
“Come mai? Beh, devo dirglielo, non gliel’ho mai detto e devo dirglielo.”
“Mi scusi, deve dirle cosa? Che è innamorato di lei?”
“Certo, cos’altro? Uno non fa duemilaottocento miglia per dire che ha dimenticato di comprare il latte, no?”
“Beh, effettivamente no, penso di no.”
“E’ da quattordici anni che me lo porto dietro, e ora è arrivato il momento di dirglielo.”
“Quattordici anni. E’ un tempo molto lungo, come mai non glielo ha detto prima?”
“Si, sono tanti anni. Avevo otto anni e mezzo quando la vidi l’ultima volta. Le ero stato dietro per tutti gli anni precedenti della scuola, ma lei non si era mai accorta di me. In realtà, io non mi ero mai nemmeno avvicinato a dirle mezza parola, per la vergogna. Ma ora ho deciso, devo andare e dirglielo, non mi importa cosa succederà, deve saperlo.”
Il suo sguardo aveva perso quella forza penetrante che aveva avuto solo pochi minuti prima, e si era trasformato nello sguardo di un bambino di terza elementare che non ha la forza di dichiararsi ad una coetanea.
Senza che gli facessi altre domande, cominciò a raccontarmi della sua vita, o, meglio, mi raccontò di quanto per la sua vita fosse importante la donna che stava andando a cercare a New York. Una vita piuttosto comune, per le altre cose, se non fosse stato per questa donna.
Dopo un’infanzia tormentata dall’insicurezza e dalla timidezza, era arrivata l’adolescenza e i primi tentativi di corteggiamento con una compagna di corso del college, e poi un’altra, e un’altra ancora. Ogni volta, aveva la sensazione che non fossero all’altezza, o che non fossero la persona che stava cercando. C’era sempre qualcosa che non riusciva a fargli mettere in quelle relazioni tutto se stesso, e per un motivo o per l’altro, quasi sempre per causa sua e delle sue insicurezze, le cose andavano male.
Fu quando si accorse di quale fosse il problema, o meglio, la causa della sua insicurezza, che decise che sarebbe dovuto andare a New York.
In quel periodo faceva l’amore con una ragazza di vent’anni conosciuta ad una festa nel giorno del ringraziamento, e un giorno che erano insieme, dopo aver cenato in un piccolo ristorante a Westwood, per caso incrociò lo sguardo con la televisione, accesa sul canale CBS. Una giovane donna con i capelli rossi intervistava il senatore Jerry Brown. Aveva uno sguardo fiero e sicuro, e tempestava di domande il governatore.
La riconobbe subito. Per anni, alle scuole elementari, l’aveva guardata passare, seduto su una panchina del parco durante la pausa pranzo, o arrivare all’ora di ingresso, o giocare col suo cane che ogni tanto lo seguiva fino a scuola, ma non le aveva mai rivolto la parola. Ora era lì, alla tv, e faceva la giornalista. Se avesse seguito dall’inizio il telegiornale forse avrebbe anche potuto vedere il suo nome. Sarebbe stato sicuro al cento per cento così, ma anche senza quella conferma, sapeva che era la stessa ragazzina dai capelli rossi che, in cuor suo, amava fin da quando era bambino.
Nelle settimane successive non riuscì a pensare ad altro che lei, e ben presto la relazione con la ragazza di vent’anni finì. Guardava ogni giorno la televisione per cercare di vederla il più possibile, finchè un giorno prese coraggio e fece i biglietti, ed ecco che ora si trovava accanto a me, su quel volo per New York, per cercare di mettere finalmente ordine alla sua vita.
“E’ molto rischioso, e se lei non si ricordasse?”
“Non mi importa se si ricorda di me o no, o se corrisponda o meno. Devo andare e dirglielo, e devo farlo di persona. Avrei potuto mandarle una lettera, o trovare il suo numero di telefono e chiamarla. Ma devo fare questa cosa per vincere questa paura che mi accompagna da tutta la vita.”
“La capisco. Tempo fa, quando ero anche io un bambino delle scuole elementari, ero innamorato di una bambina della mia classe, figlia della maestra, che si chiamava Tiziana. Non glielo dissi mai, mi vergognavo a morte, e poi ero sicuro che lei non ricambiasse. Dopo la terza elementare partì per un’altra città, i genitori si dovevano trasferire per lavoro e ovviamente lei li seguì. Molti anni dopo la reincontrai per caso, e ci riconoscemmo subito. Il discorso finì immancabilmente a quegli anni, ai vecchi compagni con cui ancora si avevano contatti, a come erano andate le nostre vite. Le confessai che da bambino ero follemente innamorato di lei, ma che mi vergognavo troppo per dirglielo. Rise di gusto, e mi disse che anche lei, come me, si vergognava molto. Per timore di fare brutte figure, nessuno dei due lo aveva mai detto all’altro. Erano passati tanti anni e le nostre vite non erano andate come la sua, ma il suo racconto mi ha fatto tornare in mente questa storia. La trovi e glielo dica, le auguro davvero che le cose vadano per il meglio.”
L’aereo atterrò sobbalzando sulla pista per il forte vento, e per qualche secondo ci fu un grande silenzio.
“La ringrazio, – mi disse – speriamo bene. E’ stato molto gentile ad ascoltarmi.”
“Si figuri, è stato un piacere. Se vuole, questo è il mio biglietto da visita, c’è il mio numero e l’indirizzo, sarei davvero curioso di sapere com’è andata.”
Mi strinse la mano e si avviò verso l’uscita sud dell’aeorporto.
“Non mi ha detto come si chiama!” – gli urlai.
“Come mi chiamo? Lo sai bene come mi chiamo, Pietro!” e fece un sorriso luminoso, poi si voltò e continuò a camminare.
Mi guardai i piedi e sorrisi anche io. Sentii la mia voce dire: “Charlie Brown.”

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