Di quella volta che sono finito a correre la mia prima mezza maratona in un paese sperduto della Norvegia, con tre gradi sottozero e con le scarpe consumate.


A marzo 2014, domenica 16 per la precisione, sono stato a Fonni, per vedere la neve. Vedere è un eufemismo, in realtà ho passato la giornata a rotolarmici sopra e a scivolare giù dalla montagna come un bambino di quattro anni. Comunque, questa cosa ha poca importanza. Ciò che è importante è che, a fine della giornata, quando ci stavamo cambiando per andar via, ho fatto un centinaio di metri di corsa sulla neve. A piedi nudi. Sì esatto, come gli scemi. Ecco, quel giorno lì, chiunque avesse avuto occasione di vedermi, non avrebbe certamente scommesso mezzo centesimo sul fatto che avrei potuto correre una mezza maratona entro la fine dell’anno. E io gli avrei dato assolutamente ragione. Sono passati un po’ di mesi e i chili in eccesso sono diminuiti (e non è stato difficile, è solo questione di forza di volontà, e di un po’ – un bel po’ – di sano allenamento) e riesco a correre giornalmente per diversi km. Qualche giorno fa, quindi, quando ho saputo della Jessheim Vintermaraton (Maratona d’Inverno di Jessheim, per chi se lo stesse chiedendo), ho pensato che sarebbe stato bello andare a vederla, e magari partecipare alla Halvmaraton (mezza maratona). Non ero tanto sicuro di poter completare la gara, 21 km sono tanti da fare tutti di fila, ma non c’era nemmeno motivo per non provare. L’unico obiettivo, se avessi deciso di partecipare, era quello di terminare la gara. Se non ci fossi riuscito non sarebbe successo niente, ovviamente, ma a costo di andare ad un passo infimo avrei dovuto terminarla. E così, nei giorni precedenti la gara, ho fatto qualche prova sul passo che avrei potuto sostenere, e mi sono convinto di poter terminare la gara con un tempo di circa due ore. È un tempo molto alto per una mezza maratona, ma essendo il mio primo tentativo, ed avendo come obiettivo di finire la gara, mi sono detto che sarebbe stato più che accettabile. E così, stamattina alle 6.30 ho fatto colazione, preparato lo zaino e ho preso il treno verso Jessheim. Appena sceso dal vagone, la prima cosa che ho pensato è stata: ma chi me lo ha fatto fare? Nonostante non stesse piovendo, il cielo coperto di nuvole e soprattutto il freddo non erano per niente incoraggianti. Faccio un giretto per il campo sportivo in cui si parte e si arriva, parlo con qualche altro corridore e mi registro per la corsa. Erano previsti 388 partecipanti, ma sono quasi il doppio. “Bene – penso – non sarò di certo l’unico a non farcela, con tutta questa gente!” Alle 11.00 parte la Maratona. È una bella emozione sentire lo sparo a salve della pistola del giudice di gara, e vedere gli agguerritissimi corridori autoctoni cercare di farsi subito largo per raggiungere le prime posizioni. In un paio di minuti tutto il gruppo sparisce dalla mia vista, e io entro negli spogliatoi. Con calma mi cambio, sistemo per bene ogni parte dell’abbigliamento, i calzini che non devono fare pieghe altrimenti mi si riempiono i piedi di vesciche, i lacci delle scarpe che devono essere ben saldi, la cuffia di pile che copra ogni parte del collo. Mangio un po’ della frutta messa a disposizione da parte dell’organizzazione e mezza barretta di cioccolato. Fanno dell’ottimo cioccolato al latte, in Norvegia, sappiate. Sono pronto, ma manca ancora più di un’ora alla partenza. Indosso gli auricolari e ascolto un po’ di musica, e nel frattempo leggo un po’ di notizie su internet. Arrivano altri corridori per cambiarsi. Sono quasi tutti veterani della Vintermaraton, chi ne ha corse 6, chi 8, chi 20. Mi dicono tutti di stare tranquillo, che finirò senza problemi la gara. Non sono ancora tanto sicuro, ma lo spero. Alla partenza sono in fondo al gruppo, col numero 413. Quando sento lo sparo, non ho ancora ben capito se sia meglio andare piano all’inizio e cercare di accelerare alla fine o cosa. E se poi, alla fine, non ho le forze per accelerare? Mentre penso alla mia tattica di gara, mi ritrovo in realtà ad andare lentissimo, perché davanti a me si è formato un tappo di qualche centinaio di corridori. Meglio così, significa che è meglio andar piano all’inizio e accelerare alla fine. Per i primi 3-4 km tutti restano nel gruppone di testa. Io per la verità ho già iniziato a contare i km che mancano alla fine, e quale potrebbe essere il tempo di un eventuale arrivo. Due ore e dieci circa, dopo i primi 4 km. E’ oltre le mie speranze iniziali, ma andrebbe bene lo stesso, mi ripeto che il mio obiettivo è terminare la corsa, con qualsiasi tempo. Verso l’ottavo km inizia una salita lunga circa 6-700 metri, con un dislivello di una trentina. È il primo ostacolo impegnativo per il gruppone, che si sfalda. Io riesco a tenere il gruppo di seconda battuta, mentre un gruppetto di cinque o sei persone va in fuga, e non li rivedremo più se non al traguardo. Ora siamo un centinaio circa, per quello che posso contare, in questo gruppo. Poco prima del decimo km, nel punto in cui inizia il rettilineo che porta al campo sportivo per la fine del primo dei due giri da 10,548 km, un altro gruppetto di corridori si stacca, e accelera il passo. Penso che forse è arrivato il momento di provare ad andare un po’ più veloce, ma aspetto ancora un po’. Prendo dalla tasca un pezzo di cioccolato (l’ho già detta la cosa del cioccolato norvegese? No, perché è davvero buono.) e aspetto che si sciolga per bene sotto la lingua. Non ricordo esattamente dove l’abbia letto (o forse è una mia convinzione?), ma dal momento in cui ingerisci qualcosa di dolce a quando lo zucchero arriva effettivamente nel sangue passano dai dieci a venti minuti. Il tempo di fare qualche altro km, e in cui è possibile che mi servano altre energie. Passiamo di fronte alla stazione, c’è una piccola salita lunga appena un centinaio di metri, ma quelli davanti a me danno segno di cedere. È il momento di accelerare. Undici, dodici, quindici. Posso passarli tutti, sono molto compatti, se dò un’accelerata fatta per bene riesco a prenderli e anche a metterli qualche metro dietro di me. È il km 14. Due terzi di gara. La voce di Endomondo mi avvisa che sto andando a 4 minuti e mezzo circa. Un minuto in meno per km rispetto a qualche km prima, e non sento particolarmente la stanchezza. Forse posso prendere qualche altro, quanti sono quelli a 20 metri da me? Cinque? Sei? Ci provo. Mancano tre km e mezzo, siamo di nuovo sulla salita che al giro precedente ha fatto fuori i 5/6 dei partecipanti alla corsa. Punto uno dei corridori a metà della salita, è vestito di giallo ed arancione, e ha una decina di persone dietro. Posso prenderlo, se riesco a tenere il passo in salita. Sollevo la testa, allungo i passi e accelero. Sembro uno struzzo, probabilmente, ma non è una gara di stile. Lo struzzo supera uno, due, dieci altri corridori. Prima dell’uomo vestito di giallo e arancione c’è un ragazzo che avrà la mia età, forse qualche anno in meno, alto almeno due metri. Ha le gambe più sottili delle mie braccia. Lo vedo che respira affannato, ma nonostante tutto, nonostante lo stia superando, tira su il pollice e mi dice qualcosa in norvegese. Io rispondo, in inglese, che non capisco. Mi dice di “gustarmi la corsa, vai (enjoy your run, go)” e mi viene un magone che non immaginate a doverlo mollare lì per andare a prendere l’uomo vestito di giallo e arancione. Alla fine lo supero, e mancano poco meno di due km. È tutto in piano, l’ideale per un eventuale sprint finale. Ma quelli davanti a me ora sono molto lontani, forse troppo. Accelero lo stesso. A 6-700 metri dall’ingresso allo stadio, quelli davanti a me hanno tutti rallentato. Forse ce la faccio. Forse arrivo con loro, sarebbe bello arrivare in gruppo. Spingo ancora un po’. Arrivo a riprendere i primi due, poi un terzo, poi una ragazza con le spalle da scaricatore di porto. Poi un altro. Entriamo nello stadio, il terreno cambia e si trasforma nella pista rossa, morbida, leggera sotto i piedi. Davanti a me, lo riconosco, c’è uno dei ragazzi che si sono cambiati nello spogliatoio. Faccio un altro sforzo e lo raggiungo, lui mi guarda e sorride e fa un cenno con la mano. Ma mi è stato davanti per tutto il tempo, e non è giusto bruciargli gli ultimi dieci metri. Mi metto di fianco a lui e sulla linea del traguardo arriviamo insieme. Anzi, in realtà lui arriva un secondo prima. Ci stringiamo la mano, mi dice “hai visto, ce l’hai fatta!”, e poi aggiunge qualche cosa in norvegese (forse mi sta maledicendo per averlo fatto stancare? Che ne so, sorride, quindi sorrido anche io). Gli chiedo di scattarmi una foto col premio per chi completa la corsa. Ora che sono fermo sento un freddo incredibile, sono fradicio e il sole sta per tramontare (non sono ancora nemmeno le tre del pomeriggio), e sulla tuta nera il vapore acqueo prodotto dal mio sudore si trasforma in ghiaccio. Faccio due chiacchiere al volo con gli altri che sono sulla linea del traguardo e lascio il mio indirizzo mail a cui spediranno il certificato col tempo. Realizzo di aver terminato la gara, e con un tempo per me incredibile: 1 ora, 41 minuti e 10 secondi. Trentunesimo. Sono davvero felice. Mando la foto che mi hanno appena scattato a casa, e penso ad Alex Supertramp, al suo Magic Bus e a quella frase che, ora che ho terminato la corsa e vedo tutti felici intorno, sento mia come non mai: “Happiness only real when shared”.

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