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Girò ancora una volta il foglietto che aveva trovato sul pavimento, lesse ad alta voce le parole che vi erano scritte e si sedette sul divano a due posti della sala. Chi mai sarebbe potuto essere, non lo sapeva proprio. Anche la grafia non l’aiutava, né quell’errore grossolano di grammatica. “Ti o amata dal primo momento”, diceva. Appena letto, le era venuto da ridere. Chi, conoscendola, avrebbe mai potuto scriverle una cosa del genere? Forse era uno scherzo, fatto da qualche amica che adesso se la stava ridendo pensando alla sua reazione. Prese il cellulare e mandò qualche messaggio. Non erano state loro, o almeno così giuravano. Non poteva esserne troppo sicura, certo, ma non era da escludere che fosse una cosa vera. Mise insieme i pensieri e cercò di focalizzare l’attenzione sugli uomini con cui aveva avuto a che fare negli ultimi tempi. Nessuno le sembrò poter rispondere alla descrizione che si era fatta in testa. Il ragazzo che portava la pizza ogni mercoledì, forse lui. No, la maggior parte delle volte non rispondeva lei al citofono e ritirava le pizze la sua compagna di appartamento. No, decisamente non poteva essere lui. Il commesso del supermercato che ogni tanto portava la spesa fino a casa? No, aveva la fede, e chissà quante altre persone passavano lì dentro, e sicuramente era gentile con tutti, e non soltanto con lei. Il giovane che incontrava di tanto in tanto quando rientrava dall’università, e che abitava nel palazzo vicino? No, la salutava sempre, certo, ma da lì a mettere un bigliettino sotto l’ingresso di casa ne passava. Mise al microonde la tazza d’acqua e girò la manopola grigia. Prese dalla credenza una bustina di the nero, staccò con delicatezza il filo di lino attaccato al filtro e la lasciò cadere dentro la tazza. Il rumore dello zucchero che toccava l’acqua calda le diede il solito senso di serenità che provava ogni volta che preparava un the, o un caffè. Le sembrava che fosse quella la fine naturale che i cristalli di zucchero dovevano avere, e che quel rumore fosse un rumore di pace. Dal contenitore verde prese uno dei biscotti di mandorle preparati da sua madre. Lo immerse per metà e ne assaggiò un pezzo. Poche cose avrebbero potuto essere migliori di quel momento – pensò. Guardò sul lato del tavolo il foglietto di carta a quadretti che racchiudeva il segreto di chi avesse scritto quelle parole. C’era il suo nome, non poteva essere un errore. Nessuno scambio di persona, era lei. Spense la luce della cucina e andò in camera. L’abat-jour mandava una luce gialla molto bassa, e le ombre nette della sveglia e della copertina morbida del libro poggiato sul comodino si stagliavano lunghe sul copriletto colorato. Accese lo stereo, entrò nel piccolo bagno, si lavò i denti e mise il pigiama. Poggiò il foglietto, ancora chiuso, sul comodino, lesse qualche pagina del libro, spense il cellulare e provò a dormire. Sognò il momento in cui aveva trovato il foglietto quella sera, e nel sogno alla fine del testo c’era una firma, che però non riusciva a leggere. Dalla finestra dimenticata socchiusa arrivò a svegliarla la luce dell’alba. Erano quasi le 7.30 del mattino. Quando accese il cellulare sentì subito il suono di un messaggio in arrivo. Qualcuno aveva provato a chiamarla, ma il telefono era spento e aveva lasciato un messaggio in segreteria. Il numero non era tra quelli che aveva salvato in memoria, e provò quindi a chiamare per ascoltare la registrazione. Una voce bassa e decisa diceva “So perfettamente come si scrive il verbo avere, ma se avessi scritto giusto, non avresti neanche per un attimo provato a capire chi sono. Buona giornata.” Poggiò il cellulare sul letto, aprì la finestra, si affacciò sulla strada, e sorrise.

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