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Continuava a guardare l’orecchio destro della ragazza, incantato. I capelli lasciavano visibile una parte, tra il collo e la spalla, dove la giacchina rossa non poteva coprire la pelle, bianca come la luna. Erano stati tagliati da poco. Si intuiva dalla regolarità della linea che descrivevano, netta e obliqua verso la nuca, anch’essa scoperta. Non riusciva a capire quanti anni potesse avere. Forse ventitrè, o ventidue. Si sarebbe proteso verso il suo braccio, e sfiorandolo le avrebbe chiesto “come ti chiami?” se solo avesse avuto un po’ di coraggio in più, ma sapeva, in cuor suo, di non esserne capace. Eppure, sentiva che era LEI.
D’improvviso, gli venne in mente di quella bambina che frequentava con lui gli scouts. Nemmeno a lei era mai riuscito ad avvicinarsi, e non le aveva mai detto una sola parola. Dopo alcune settimane, era sparita. Suo padre e sua madre, che erano insegnanti, si erano trasferiti per lavoro, portandola via da lui, forse per sempre. Si chiamava Valentina, per quanto ricordasse, ed era una bambina silenziosa e timida come era stato lui. Aveva i capelli nerissimi e lunghi fino ai fianchi, e a volte li legava in una treccia che iniziava all’altezza del collo, e spesso un gran numero di capelli si ribellava a quella costrizione, e si liberava degli elastici svolazzando qua e là, come sfidando la forza di gravità terrestre ad ogni suo movimento.
Il treno rallentò, era la sua fermata. Si spostò verso l’uscità e la guardò un’altra volta. Stava per sparire anche lei, come tempo prima aveva fatto Valentina, e chissà se l’avrebbe mai rivista. Si fermò sulla linea gialla che segna il confine tra la zona di apertura delle porte e la zona di sosta, e decise di non scendere. Era una cosa che, nella sua mente ordinata, non aveva assolutamente senso. Avrebbe tardato per il lavoro, e non sarebbe riuscito a passare da Poundland per la spesa. “Pazienza”, si disse. Restò a guardarla dalla linea gialla, e forse sperava che si girasse, e che lo notasse anche lei. Il treno si fermò nuovamente, ma lei non si mosse. Passarono Baker Street, Regent’s Park, Oxford. Poco prima dell’arrivo a Piccadilly, lei sollevò la borsa dal sedile di fianco e si alzò. Andò verso la porta all’inizio del vagone, e con le dita che somigliavano a porcellana cinese, strinse una delle maniglie di appoggio.
Ebbe un sussulto. Se l’avesse lasciata andar via proprio ora, restare su quel treno sarebbe stata una cosa insensata, anche se in effetti era così che l’aveva già definita poco prima, quando aveva fermato i piedi sull’adesivo giallo. Doveva scendere con lei.
Il mondo, fuori dal treno, non avrebbe di certo subito modifiche se l’avesse fatto, per cui non c’era da temere granché.
E’ come fare il primo bagno della stagione – pensò -, hai una gran voglia di tuffarti ma temi che l’acqua sia troppo fredda, e non riesci a convincerti.
La voce registrata scandì “Piccadilly”, il treno si fermò e le porte si aprirono.
Lei scese dal treno senza fretta, e si fermò dopo pochi passi. Aprì la borsa nera e ci scavò dentro, fino a tirar fuori una sciarpa di lana viola a maglie larghe. La tracolla della borsa, una sottile striscia di pelle, anch’essa viola, indossata di traverso, le segnava il seno sulla maglia nera, e ne lasciava intravedere, nel profilo, la forma perfetta. Ancora una volta, guardò il suo orecchio destro, la curva del trago, l’orecchino a pendolo in stile indiano. Era LEI.
Dall’altoparlante del treno si sentirono i suoni di avviso di chiusura delle porte. Ancora un secondo e non avrebbe più potuto parlarle, se mai, una volta sceso, avesse trovato il coraggio di andarle incontro.
Si tuffò giusto in tempo. Le porte si chiusero alle sue spalle talmente vicino al suo corpo che sentì una specie di pizzico sul piede sinistro. Si girò e guardò il treno che sfrecciava già verso Charing Cross. Lo aveva fatto. Per alcuni secondi, stette a pensare se fosse realmente lui la persona che, alle 10.26 di quel mercoledì mattina, aveva inseguito per diverse fermate una sconosciuta nella linea Bakerloo della metropolitana di Londra, andando incontro ad un ritardo a lavoro e all’impossibilità quasi certa di fare la spesa, con l’intenzione di dirle “So che tu sei la mia prima scelta”.
La guardò sistemarsi la sciarpa intorno al collo. Ogni suo movimento lo scuoteva come un albero di Hide Park sotto il vento che soffia dall’Atlantico, o come un mercantile che attraversa l’oceano verso le Indie, e si trova nel mezzo di una tempesta. Ecco, quella forse era un’immagine che avrebbe potuto rendere bene l’idea dei sussulti che il suo cuore stava subendo.
Non poteva certo restare fermo sul bordo della banchina a guardarla, senza fare alcun movimento. Fece un passo verso di lei, proprio nel momento in cui anche lei iniziò a camminare verso l’uscita. In quel momento, la stazione era colma di persone che si cercavano di far strada. Per qualche interminabile secondo la perse di vista, poi la ritrovò, che saliva le scale. Le andò dietro accelerando il passo e facendosi spazio nella calca che si era creata, cercando di mantenere il contatto visivo con la giacchina rossa. Attraversò la strada incamminandosi verso Glasshouse Street, senza prestare attenzione alle immense insegne pubblicitarie posizionate sulla facciata del palazzo sopra di lei.
Lui, ogni volta che passava in quella parte della città, non riusciva a fare a meno di fermarsi per qualche secondo a guardarle, come se fossero animali venuti fuori da chissà quale racconto fantasy. Questa volta però, proseguì dritto dietro di lei.
Si fermò appena dopo pochi metri per guardare l’orologio, ed entrò nel Donuts & Baguettes all’angolo con Sherwood Street. La seguì anche lui. Pensò che ormai non poteva tirarsi indietro, s’era tuffato in questa storia volontariamente e non c’era altro modo che continuare a fare ciò che l’istinto gli aveva suggerito.
Lei era ferma in fila al bancone, in attesa del suo turno. Non aveva intenzione di mangiare, ma non poteva certo restare lì dentro senza prendere nulla. Valutò che aspettare in fila per essere servito poteva costargli la possibilità di continuare a seguirla, e decise di prendere qualcosa da bere dal distributore automatico.
Frugò le tasche per cercare qualche moneta, e prese un paio di pezzi da 50p. La Cocacola arrivò sul fondo del distributore facendo un rumore sordo. Raccolse lentamente la lattina e controllò l’orologio. Le 10.41. Forse – pensò – dovrei chiamare per dire che ho perso la coincidenza e arriverò tardi.
Gli passò accanto mentre era sovrappensiero, e si accorse che era uscita soltanto per il riflesso della giacchina rossa sul vetro della porta d’ingresso.
Preso dal panico, uscì di corsa, cercandola con lo sguardo. La intravide girare su Denman Street, non poteva che essere lei. Senza dare nell’occhio, cercò di accelerare il passo per raggiungerla, scansando come poteva i passanti che, a differenza sua, camminavano tranquilli sul marciapiede asfaltato. Una giovane donna che spingeva un passeggino gli fece un rimprovero, chiedendogli di prestare più attenzione, ma non stette quasi ad ascoltarla. Chiese scusa, e ripartì verso di lei.
Quando girò l’angolo ed entrò in Denman Street però, lei era già sparita.
La cercò con lo sguardo per oltre un minuto, ma di lei non c’era nessuna traccia. Denman Street è una strada piuttosto stretta, lunga all’incirca centodieci metri. Se fosse stata ancora lì, l’avrebbe vista di sicuro. Invece, di lei non c’era traccia. Forse abitava in uno dei palazzi in stile Vittoriano che si ergevano sulla strada, o forse si era accorta che qualcuno la seguiva e aveva accelerato il passo verso Shaftesbury Ave. Tutto era possibile. Era perduta, ormai. Come la bambina degli scouts.
Gli venne in mente che Baden Powell, il fondatore del movimento dello scoutismo, era Londinese. Magari, in gioventù, era passato per quelle stesse vie che ogni giorno anche lui percorreva. Su di lui, si erano scritte molte cose, non tutte edificanti, ma, per lui, restava semplicemente il fondatore del movimento Scout, e gli bastava per mantenerlo tra le persone di cui aveva la più grande stima.
All’improvviso, si sentì un rumore di metallo che cade e rotola per terra, accompagnato da quello di un oggetto di vetro che si rompe. Era un tavolino della veranda esterna di un ristorante italiano che si trovava proprio all’inizio di Denman Street, Il Cucciolo. Un piccolo ristorante a gestione familiare presente lì da alcune generazioni, che viveva grazie ai prezzi modici e alla buona qualità dei pasti preparati. Attraversò la strada e si chinò per sollevare il tavolo di alluminio che un cane scappato al proprietario aveva fatto rovesciare. Pochi secondi dopo, anche il proprietario del cane arrivò, e si mise a raccogliere le posate cadute. Si sentì il campanello della porta d’ingresso suonare, e uscì dal locale una giovane indaffarata nel sistemarsi il grembiule, coi capelli che le avevano coperto il viso e contro i quali mandava degli sbuffi facendo con la bocca una smorfia simile all’espressione di Popeye nei fumetti, mentre fuma la pipa.
Raccolse alcuni cocci dei bicchieri di vetro rotti, e rispose con gentilezza alle scuse sentite del proprietario del cane. Ad un tratto, si fermò stupita per il giovane che aveva raccolto il tavolino e non smetteva di fissarla.
Era lei.

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